Enoturismo nelle Cape Winelands, Sud Africa

Valli fertili sui cui pendii sono piantati alberi da frutto e vigneti, le Cape Winelands racchiudono decori idilliaci e dimore di stile Cape Dutch…

Simon Van der Stel, che presideva l’allora Colonia del Capo, si reco’ per la prima volta nella valle di Stellenbosch nel 1679 ; trovandola fertile e ben irrigata, decise d’inviarci i « free burghers » (sorta di pionieri olandesi) che ricevevano in concessione le terre e gli strumenti (capi di bestiame) per lavorarle. 200 ughenotti francesi li raggiunsero poi nel 1668 installandosi più verso Franschhoek. Il loro savoir-faire, le piante che si portarono dietro ed il clima piuttosto mediterraneo della zona, permisero la coltivazione della vigna. La prosperità che tale attività agricola diede ai coloni, finanzio’ la costruzione di bellissime dimore che tutt’ora contribuiscono grandemente a mantenere lo charme della regione.

Questa regione ha mantenuto fino ad oggi tale tradizione vitivinicola e la grande varietà di suoli, dalle terre con un PH acido di Stellenbosch più prestigiose per l’uva a bacca rossa, fino ai terreni di calcare di Robertson eccellenti per i vini bianchi, permettono l’elaborazione di un ampio ventaglio di cru qualitativi. 100 tenute, 66 cooperative, 100 cantine, fanno vivere circa 300 000 persone. Quasi tutti accolgono gli enoturisti e le strade del vino tracciano itinerari romantici attraverso paesaggi mozzafiato e cittadine dall’architettura tipica.

Franschhoek é come un quadretto nell’ansa di una valle, Stellenbosch e Paarl conservano invece eleganti edifici storici, da Paarl la strada del passo del Toit’s Kloof svela panorami stupendi prima di arrivare nella valle del Breede River dove le vigne di Worcester et quelle di Robertson sembrano incastrarsi l’una nell’altra come dei pezzi di un enorme puzzle…

Ma é sicuramente Stellenbosch la cittadina più conosciuta e visitata che fu fondata dalla Compagnia olandese delle Indie orientali. La strada dei vini di Stellenbosch creata nel 1971 da tre delle più grandi tenute (Spier, Simonsig e Delheim) attraversa la cittadina.

Spier Wine Estate é sicuramente la tenuta la più conosciuta al mondo. Riceve tutti i giorni tra le 10.00 e le 16.00 e le degustazioni sono a pagamento www.speir.co.za

La cantina si trova ai bordi del Eerste River e già dalla metà degli anni ’90 ha iniziato un grande programma di sviluppo e rinnovo dovuto al cambio di proprietario : estensione dei vigneti (in particolare Merlot, Cabernet, Syrah e Pinotage) e sperimentazione universitaria sui vitigni, ricordiamo d’altronde che il Pinotage é una vitigno creato proprio in Sud Africa (Pinot Noir + Cinsault) da un professore universitario per adattarsi al meglio alle condizioni climatiche più calde della zona. In genere, i vini prodotti con il Pinotage sono ben strutturati, con dei tannini medi, degli aromi di frutta rossa, spesso accompagnati da note vegetali ed animali ( cuoio).

Potete mangiare presso uno dei 3 ristoranti della tenuta oppure distendervi sull’erba con un pic-nic, in estate l’anfiteatro accoglie tutta una serie di spettacoli e concerti, dall’opera al balletto classico. La chicca é comunque il Spier Vintage Train, un lussuoso treno che vi porta dalla stazione del Cap fino alla stazione privata della cantina…

Fu sempre Simon Van der Stel, 2° governatore olandese della Colonia del Cap, che nel 1685 fondo’ una tenuta vitivinicola che battezzo’ Constantia, oggi la cantina più vicina alla città del Cap. Nel 1712 la proprietà fu divisa in tre parti e la parte sulla quale era stata costruita la sua dimora, prese il nome di Groot Constantia. Gli edifici storici sono tutt’ora visitabili e dei bellissimi esempi dell’architettura Cape Dutch di origini olandesi.

Klein Constantia, altra zona di produzione iper conosciuta, era una delle tre parti della tenuta nel 1712. Li’ vi si produce ancora un vino moscato dolce come lo si faceva all’inizio del 18° secolo.

In ogni caso tutti i vigneti sembrano essere riuniti attorno alla zona dal Cap dove le brezze provenienti dalle acque fredde dell’Atlantico riescono a rinfrescare le terre altrimenti troppo calde. Ovviamente i vigneti che si trovano più sulla costa (e che quindi beneficiano di queste condizioni moderate), sono quelli che presentano il potenziale qualitativo maggiore.

In Sud Africa le denominazioni di origine sono gestite con un’altro sistema (più flessibile) chiamato WO : Wine of Origin che comunque ci comunica le informazioni necessarie sulle etichette (vitigno, annata ecc.). I luoghi precedentemente citati (Stellenbosch, Constantia…) sono le WO più qualitative. Da aggiungere la denominazione “Coastal” che significa appunto zona in costa.

Per quanto riguarda i vini bianchi, vi parlo ora di un vitigno che é la mia passione, il Chenin Blanc. Di origine francese (lo si trova sopratutto nella Loira, vicino alla città di Tours, nella denominazione Vouvray) é un’uva molto sensibile alla muffa nobile, per questo si possono produrre sia vini bianchi secchi caratterizzati da una buona acidità, da note di agrumi, di frutta verde e tropicale (mela, limone, ananas) ed aromi vegetali, sia vini dolci o semi-dolci intaccati dalla muffa nobile.

In Sud Africa, malgrado il caldo, i vini di Chenin Blanc riescono a mantenere un’ottimo tasso di acidità, a volte passando anche un po’ di tempo in legno come questo Chenin Blanc WO Western Cape del 2010 : per me un vino eccellente, fiorito, fruttato ( limone e pesca) e poi miele, burro, un naso complesso. In bocca é un’esplosione di pompelmo che viene accarezzato da una sensazione cremosa di vaniglia e miele.

 

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Icewine

Oggi parliamo degli Icewines, vini molto dolci e molto speciali.
Questi vini sono prodotti con grappoli lasciati sulle piante a congelare durante i mesi invernali e poi vendemmiati. Il ghiaccio aiuta a concentrare lo zucchero, gli acidi e gli aromi che si trasformano in cristalli. Nella pressa, questi cristalli si separano dal resto e producono un succo concentratissimo ma in piccolissime quantità e cio’ spiega i prezzzi elevati di questi vini.

A differenza di altri grandi vini dolci come il Sauternes o il Tokaj, gli Icewines non sono assolutamente attaccati dalla « pourriture noble », quella muffa benefica che dona vini straordinari, ma sono raccolti quando i grappoli sono perfettamente sani al fine di preservare gli aromi più freschi e fruttati dell’uva.

La Germania ed il Canada sono i due Paesi che mi vengono subito in mente quando penso all’Icewine ; ma se ne producono anche in Austria e Lussemburgo ed anche nel nord degli USA, nella zona dei Fingerlakes tra lo stato di New York ed il Michigan.

Il lago Ontario in Canada rimane comunque la zona di produzione più importante al mondo ed il produttore Inniskillin il più prolifico.

 

 

Qualche mese fa’ sono stata da loro, nello splendido villaggio di Niagara-on-the-Lake. La cantina vi é impiantata da più di 35 anni ed é praticamente dall’inizio che le infrastrutture per l’accoglienza sono state pensate e costruite : la boutique, le sale di degustazione, il ristorante, i tours organizzati… il tutto all’americana.

 

Ok, é il genere di esperienza poco spontanea, per non dire del tutto marketing, che normalemente mi fa raccapricciare, ma il paesaggio é talmente mozzafiato che vedi solo il lato positivo dei sorrisi che ti accolgono e poi, comunque, una volta assaggiati i vini, non puoi far altro che comprali di tua iniziativa anche se tutto é messo in opera per forzarti un po’ la mano.

Ecco i tre Icewines portati a casa :

 

Inniskillin Icewine Cabernet Franc 2006: Il Cabernet Franc é una varietà poco usata per produrre Icewine ma qui ci regala un vino davvero eccezionale. Il colore é impressionante, un rosso brillantissimo. Il naso é una tale abbondanza di frutta da rendere il respirarla un’esperienza rarissima, in bocca le fragole e la panna predominano, il tutto accompagnato da cioccolatini.

 

 

Inniskillin Icewine Riesling 2006 : Lime, albicocca, pompelmo e pesca vincono sugli aspetti più minerali che conosco del Riesling. In bocca sono le note di caramella e pasticceria che accompagnano l’esplosione di frutta.

 

 

 

 

Inniskillin Icewine Vidal 2006 : Tutte le uve che compongono un Icewine gelano a -10°. Il Vidal é una varietà ibrida di origini francesi, molto aromatica e resistente, ideale dunque per la produzione di questi vini. I suoi aromi tropicali sono equilibrati da una certa acidità. Questo 2006 sa di mandarino, papaya e litchi. Sapori squisiti rinvigoriti da una vena acida che ci offre diversi strati di piacere.

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La festa dei cru del Beaujolais

Una volta all’anno, a primavera, su queste terre fatte di granito, si svolge la festa dei cru del Beaujolais. Qui, da sempre, uomini e donne producono vino con la varietà Gamay. Sono 10 le sottozone di produzione e di anno in anno la festa si sposta dall’una all’altra. Oggi siamo a Odenas per questo week end di feste paesane con musica ed artigiani che ci accolgono a braccia aperte.

Qui la degustazione é una cosa seria, i vini proposti sono tanti e la degustazione di vecchie annate uno dei momenti clou della festa. La madrina dell’evento é Miss Vicky Wine (alias Anne-Victoire Monrozier), figlia di un produttore della regione (Château des Moriers) e blogger attivissima,

una giovane pulzella che ha fatto della papera vibro il puntino sulle i del suo logo, ma sopratutto il simbolo di una gamma di vini disinibiti da lei selezionati, imbottigliati ed etichettati.

Appena si parla di Beaujolais in Francia tutti pensano subito al « Beaujolais Nouveau », il vino novello che é diventato un appuntamento fisso ed un fenomeno di simpatia (durante il quale bisogna davvero saper scegliere la bottiglia da aprire o si rischia il coma etilico)… ma nel Beaujolais c’é tanto da scoprire, inziando dalle due denomaninazioni: il Beaujolais ed il Beaujolais Village dove si producono vini bianchi, rosé ed i rossi (decisamente i più conosciuti) in 10 sottozone di produzione : Saint-Amour, Juliénas, Moulin à Vent, Chénas, Fleurie, Chiroubles, Morgon, Régnié, Brouilly e Côte de Brouilly. Ognuno di questi cru possiede una tale personalità che é riconoscibile alla cieca.

La Fleurie ed il Moulin à Vent sono la coppia nobile della denominazione, soffice la prima, robusto il secondo.

Il Château des Moriers produce vino dal 1850 su 9 ettari di Gamay dove quasi l’80% delle vigne hanno più di 50 anni. Gilles, il papà di Vicky, segue amorevolmente la produzione e si divide tra il castello e Parigi per sviluppare la parte commerciale.

Le vigne sono piantate sia in pianura che in collina il che dona complessità ai vari vini. La Fleurie é predominante sugli 8 ettari che circondano il castello, mentre l’ultimo ettaro di Moulin à Vent si trova dall’altra parte del ruscello.

L’attenzione data ai grappoli d’uva é importantissima per preservare gli aromi fruttati e fioriti tipici del Beaujolais. Il suolo é composto di granito rosa e di arenaria striata di manganesio, il che riduce la produzione stessa del Gamay lasciando solo il meglio dell’uva sulle piante e permettendo cosi’ l’espressione ottimale del vitigno.
Legno già usato per la Fleurie, legno nuovo per il Moulin à Vent che vista la sua robustezza lo sopporta più che bene, un prodotto raro che esiste solo in piccolissime quantità.

Nelle bellissime cantine del Château de la Chaize (sottozona di Brouilly), ho assistito alla degustazione dei Beaujolais vintage iniziando dal 2006 per arrivare fino al 1976. Eccovi la mia Cronaca degli assaggi :

Château de la Terrière 2006, Brouilly : un vino dai tannini densi marcati dal legno e da aromi di vaniglia. Molto persistente.

Domaine Les Roches Bleues 2005, Cuvée des Lys, Côte de Brouilly : un vino fruttato e minerale, più serio. La bocca si secca al primo sorso, la persistenza é breve.

Domaine Baron de l’Ecluse 2005, Côte de Brouilly : Aromi speziati di cedro e tabacco, anice (nota più vegetale), frutti rossi macerati nell’alcool, una bocca piena ma secca, una bellissima freschezza.

Caveau de Morgon 2004, Climat “Douby”, Morgon : More e fichi al primo naso, poi l’aspetto “animalesco” tipico della sottozona di Morgon si sveglia alla grande; una bocca fine e soffice, carnosa, tipica di un terroir più “tenero”.

Cave du Château de Chénas 2001, Moulin-à-Vent : un gran vino con ancora parecchio potenziale d’invecchiamento, le note patinate che arrivano con l’età si sentono il giusto, in bocca é pieno, corposo, con tanta materia e frechezza.

Château de la Chaize 2001, Brouilly : un vino teso, saporito, un vino di razza fatto per la gastronomia.

Hospices Civils de Romanèche Thorins, Collin Bourisset 2000, Moulin-à-Vent : un vino un po’ passato, ma dall’insieme piacevole e con dei tannini ancora ben presenti.

Domaine de la Roche Rose 2000, Régnié :  violetta, peonia, un vino dall’evoluzione piuttosto semplice ed in linea con i fiori.

Domaine des Ducs 2000, Saint-Amour : Fresco, dai tannini molto fini; dopo un po’ di agitazione per farlo ben aprire si scoprono aromi sorprendenti di agrumi.

Domaine du Pressoir Fleuri 1999, Chiroubles : lungo, ben definito, bella acidità.

Domaine Chevalier-Métrat 1999, Côte de Brouilly : un vino un po’ diluito, sapido, con qualche nota di spezie tipo cannella.

Château Thivin 1998, Côte de Brouilly : naso selvaggio e fumé, bocca minerale e sanguigna.

Les Vieux Cèdres, Maison Jean Loron, 1997, Morgon : uno dei più bei vini della degustazione, funghi, cenere di camino ed un bocca pronta per invecchiare ancora, persistenza impressionante.

Château Thivin 1997, Brouilly : molto aromatico, bella acidità, amarezza tipo semini, mazzetti di radici, cucita su un fondo speziato (erbe mediterranee).

Domaine de la Vieille Eglise, Maison Jean Loron 1997, Juliénas : Fruttato, marmellatoso ma senza stuccare, un naso complesso e generoso, pepe; il finale é un po’ pesante.

Domaine Chevalier-Métrat 1996, Morgon : un’acidità troppo presente, vegetale, finale metallico; da aspettare ancora un po’.

Château du Prieuré, Cuvée Raconat 1996, Brouilly : un naso strano, ingannevole, si sentono sia la freschezza che l’acidità, ma vengono dal passato, in declino, delicatamente.

Château de Pierreux 1989, Brouilly : un naso che rispecchia di più la sua età avanzata rispetto al palato. Note polverose, usate, patinate, l’ossidazione é già incominciata, note di vino cotto. In bocca invece prevaricano note calde di cioccolato. Da bersi velocemente.

Château du Prieuré, Cuvée Raconat 1989, Brouilly : Meno evoluto del precedente, cedro, cacao, minerale.

Château de Nervers 1976, Brouilly : la mia annata di nascita… una bocca ancora estremamente interessante ma un naso svanito (e qui non parlo di me!).

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Anteprima dei Bordeaux “primeur” dell’annata 2012

Le degustazioni dell’annata « in primeur » 2012 dei grandi cru sono cominciate a Bordeaux lunedi’ 8 aprile e si sono concluse ieri, venerdi’ 12 aprile. La loro vendita ai « negozianti » della piazza di Bordeaux inizierà a metà mese e continuerà fino a giugno. Quest’annata arriva dopo due millesimi eccezionali, il 2009 e 2010, dove 90% degli châteaux hanno prodotto la loro « annata del secolo ».

L’annata 2012 si preannunciava difficile poiché il clima é stato particolarmente capriccioso, a fine luglio ci s’immaginava il peggio ed il raccolto é stato salvato in extremis da un mese di agosto e settembre stupendi, ma le differenze tra una tenuta e l’altra sono enormi.

Le denominazioni della riva destra della Garonna, Pomerol, Lalande de Pomerol e Saint Emilion in particolar modo (ma anche Pessac Léognan che invece si trova al sud di Bordeaux sulla riva sinistra) sembrano essere quelle che si sono salvate quasi integralmente, ma si degustano vini eccezionali anche a Pauillac. Senza parlare dei vini bianchi secchi che meritano le loro 5 stelle. Per quanto riguarda i Sauternes (i vini bianchi dolci) la polemica é iniziata già parecchie settimane fa’ quando Yquem, l’icona della denominazione, ha annunciato di non imbottigliare l’annata 2012, seguita da altri grandi châteaux…

Più di 6000 persone vengono a Bordeaux ogni anno durante questa settimana di degustazioni, grandi compratori, giornalisti, brokers… e tutti chiedono a gran voce una diminuzione del prezzo di acquisto già dal 2011. Cio’ non toglie che quasi tutti cerchino di difendere il sistema di vendita « in anteprima » unico al mondo tipico della regione che prevede che l’80% della produzione di ogni tenuta sia venduto a negozianti basati a Bordeaux durante le settimane che seguono questa degustazione. Alcuni grandi châteaux come Latour hanno deciso di uscire da tale sistema per occuparsi loro stessi della vendita diretta dei loro vini, ma cio’ é possibile solo per grandi tenute sostenute da gruppi finanziari e fortune che già bazzicano nel sistema della grande distrubuzione (ad esempio Château Latour é di prorietà di François Pinault, proprietario di brand come Gucci o Yves Saint Laurent e tante altre marche, quindi ben allenato al problema della distribuzione mondiale dei propri prodotti).

Dalla degustazione sembrerebbe davvero che la riva destra della Garonna sia favorizzata : le note mature vanno a braccetto con quelle più vegetali, l’insieme é gradevole ma di grande leggerezza. Nel 2011 avevo detto che il Cabernet Sauvignon era il re dell’annnata, nel 2012 il titola sembra andare al Merlot. Il problema é che é davvero difficile generalizzare poiché in ogni denominazione ci sono dei vini geniali ed altri, scusate la sincerità, piuttosto deludenti. Il 2012 sembra essere un’annata generalmente fruttata, da bere abbastanza rapidamente, un vino immediato. I vini « geniali » sono tali solo grazie al savoir-faire di chi li ha « blendati », tutti hanno cercato di evitare la supremazia delle note troppo vegetali sacrificando gran parte della produzione.

Se, come si spera, i prezzi diminuiranno davvero, il 2012 potrà essere un buon affare. Vini da tenere in cantina al massimo 15 anni ma già pronti da bersi alla consegna prevista verso la fine del 2014 e per tutto il 2015 a seconda delle scelte dei « maitres de chai », i cantinieri che determinano, anno per anno, l’invecchiamento che ogni cru deve subire prima dell’imbottigliamento.

Per essere aggiornati live nelle prossime settimane sulle « uscite » di ogni châteaux, iscrivetevi gratuitamente sul sito di Millésima, il più grande negoziante di vini di Bordeaux, cliccando qui.  Tramite email o sms, riceverete giornalmente le news, i prezzi e le disponibilità dei vini che più vi interessano e potrete ordinarli approfittando dei prezzi « in primeur », ovvero nel solo momento in cui sono più bassi.

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Domaine de Chevalier, il giardino segreto di Bordeaux

Il « Domaine de Chevalier » é un giardino segreto al di fuori del circuito mediatico che circonda gli altri grandi vini di Bordeaux, un paradosso per uno dei più grandi cru (bianchi secchi) della regione, un grande terroir che ci regala un vino dall’equilibrio perfetto.

Chevalier é una tenuta nata nella seconda metà del 19° secolo quando la foresta occupava ancora gran parte della zona dei « Graves » ed in poco tempo si é issata sul podio della notorietà cosa che per altri « châteaux » é stata più lunga (di qualche secolo)…
Fortuna ha voluto che solo 3 proprietari si siano succeduti fino ad oggi, da Jean Ricard che ne fu il vero creatore (aiutato da suo genero Gabriel Beaumartin che in soli 40 anni ne amplifico’ la fama) , fino a Claude Ricard, enciclopedia vitivinicola vivente grazie al quale la tenuta divenne parte integrante del gruppo privilegiato dei Grands Crus Classés de Graves durante la classifica del 1953. Olivier Bernard, proprietario attuale (l’acquisto della tenuta é avvenuto nel 1983) lavoro’ con lui per 5 anni prima di spiegare le proprie ali, acquisendo cosi’ la filosofia e la natura profonda di Chevalier.

La famiglia Bernard, allora specializzata nella compra-vendita di alcol forti (Lucien Bernard) e di grandi cru di Bordeaux (Millésima), decise di comprare Domaine de Chevalier con l’idea di perpetrare l’opera iniziata 120 anni prima iscrivendo cosi’ nel proprio patrimonio la qualità e la longevità di un prodotto intriso di storia e dall’immagine unica.

Olivier poté investire gioiosamente, sia in cantina che nella vigna, preparando la tenuta al nuovo millenario sempre seguendo la linea direttiva datagli dal proprietario precedente : qualità, equilibrio, terroir, natura.

Parlando di terroir, quello di Chevalier é difficile, capriccioso…ma si rivela eccellente e capace di produrre un raccolto particolarmente precoce se solo lo si tratta con il dovuto rispetto. D’altronde si potrebbe dire che un grande vino nasce quasi sempre in condizioni estreme, su un terroir difficoltoso ed é proprio da queste difficoltà che trae la sua grandezza ed il suo carattere. Quello di Chevalier é circondato dalla foresta che, durante i periodi più caldi, crea un effetto « serra » che favorisce la maturazione dell’uva. Inversamente, durante i periodi più freddi, ne accentua i rischi di gelate. Cosi’ isolato, il vigneto approfitta di un ecosistema di grande qualità, senza rischi di contagi esterni.

Il vigneto ha una superifcie di 45 ettari, di cui ben 40 sono piantati in rosso e solo 5 in bianco, eppure é proprio il vino bianco il più conosciuto della tenuta ! La ragione di una tale scelta é dovuta al fatto che i metodi di elaborazione del vino bianco a Chevalier sono incompatibili con una produzione più grande.
Per quanto riguarda la scelta dei vitigni, é il suolo sassoso ad aver determinato lo spazio dato al Sauvignon per il bianco (70% dei 5 ettari + 30% di Sémillon) ed al Cabernet Sauvignon per il rosso (63€ dei 40 ettari, 30% merlot, 5% petit verdot e 2% cabernet franc).
Ogni parcella, ogni pianta é diversa e trattata come tale. L’osservazione costante del vigneto, giorno dopo giorno, stabilisce la condotta da avere, un metodo profondamente ecologico.

Il mitico vino bianco :
Le uve sono raccolte generalmente durante i primi 15 giorni di settembre e sono quindi meno penalizzate dalle piogge autunnali, questo spiega in parte perché le annate dei vini bianchi siano eccezzionali quando magari quelle dei rossi sono medie.
La maturità delle uve non é simultanea su tutte le parcelle, ecco perché la vendemmia si svolge tramite selezioni successive, non appena la maturità diventa apparente. Ad ogni passaggio, vengono raccolte tra il 10 ed il 30% delle uve. Questo lavoro minuzioso tiene occupata una squadra di ben 35 persone che lavorano tra le 2 e le 3 settimane, quando una vendemmia più « tradizionale » le impiegherebbe solo qualche giorno.
La ricerca della maturità perfetta é qui ancor più fondamentale poiché le uve bianche non possiedo tannini anche se poi la totalità delle fasi di vinificazione sono effettuate in barrique, nuove in parte. Questa scelta non é dettata dal desiderio di ottenere un’espressione « boisée » ma dalla raccolta estremamente selettiva e da un blend altrettanto fine. In realtà Chevalier é stato uno dei precursori di questo metodo dal quale non si é mai allontanato e che permette di garantire il rispetto assoluto del frutto e dell’espressione specifica ad ogni annata.
Il blend é effettuato presto, già a gennaio e l’allevamento avviene su fecce fino alla fine dell’estate. Il vino passa ancora un secondo inverno in barrique e viene poi messo in bottiglia a primavera.

Il metodo di vinificazione e la durata del passaggio in legno, generano vini bianchi complessi ma mai pesanti, freschi e persistenti, con una bocca che si apre e si svela come la ruota di un pavone. Sono dei vini capaci di viaggiare nel tempo, densi, ricchi e concentrati in aromi : mela cotta, pescha, albicocca, ananas, frutta esotica ed agrumi, che ricordano il naso di annate più vecchie di Sauternes. E poi fiori, tiglio….
Ecco a voi Domaine de Chevalier Blanc !

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La terra dei Papi : Châteauneuf-du-Pape

Aspettando l’esito del conclave e l’elezione del nuovo Papa (il 266 esimo), parliamo di questa terra benedetta dagli dei, antica dimora Papale che sin dal 14° secolo favorizzo’ lo sviluppo della vigna. Una terra fatta di quarzo rosso, di argilla, di sabbia e tanti sassi, ideale per l’allevamento di grandi vini amati tutt’oggi da tanti devoti.

Contrariamente ai cru del Rodano settentrionale, un Châteauneuf-du-Pape é elaborato con diversi vitigni anche se la Grenache, spesso associata al Syrah e un po’ meno di frequente anche al Mourvèdre, vi é maggioritaria. I rossi esalano sentori speziati che tirano verso il cuoio, il tartufo, la liquerizia ed il muschio. Bisogna essere pazienti ed aspettare almeno 5 anni prima di poterli degustare cogliendone l’anima.

L’annata 2010, che fu un vero successo, ci presenta una produzione eterogenea dove i vignaioli non si sono lasciati sedurre dalla facilità ed hanno preferito continuare sulla loro strada, quella della tradizione, tralasciando la possibilità di produrre vini buoni da giovani facendo spazientire cosi’ gli appassionati più frettolosi.

Per voi, ho stilato il top 3 della degustazione dell’annata 2010, tre vini imperdibili :

Domaine des Sénéchaux : proprietà appartenente dal 2007 a Jean Michel Cazes (noto proprietario a Bordeaux del château Lynch-Bages) che con quest’annata 2010 ci dimostra l’avvenuto rinnovamento qualitativo dovuto ai suoi investimenti. Il vino é generoso ma non ostentatorio. Al naso é il frutto a dominare, in bocca le spezie, il pepe. Uno stile discreto ed elegante, diverso dagli altri Châteauneuf.

Domaine de la Janasse : un vino che mette tutti d’accordo da più di 20 anni, un punto di riferimento della denominazione. E’ il suo terroir spettacolare a renderlo davvero unico. Un vino molto raffinato, oggi sottolineato da un leggero boisé, giustissimo.

Domaine de Saint Paul : Un vino bio, coltivato su appena 14 ettari da due sorelle ed un fratello, frutto delle vigne più vecchie della proprietà (tra i 60 ed i 70 anni). La cuvée Jumille é prodotto esclusivamente nelle grandissime annate. Un vino complesso ma freschissimo. Tannini diretti, vivaci. Una bocca legnosa quanto basta, salata, lunga e soave.

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Il Cavalierino Organic Winery a Montepulciano

Prima del lunghissimo articolo che ho iniziato a scrivere a seguito delle « anteprime » toscane e che arriverà fra qualche giorno (articolo che ho poi pubblicato il 5 marzo in lingua francese e che trovate cliccando qui Tuscany Taste ), mi permetto una piccola digressione, sempre in tema pero’, parlandovi di una splendida azienda di Montepulciano che mi ha accolta qualche giorno fa’.

Il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e Toscana Promozione, che mi hanno invitata alla degustazione delle nuove annate che sono o che stanno per essere immesse sul mercato, piuttosto che farmi alloggiare in un’hotel impersonale, hanno pensato bene di ospitare me e gli altri buyers presso i produttori protagonisti dell’evento.

La fortuna ed il caso hanno voluto che sia stata accolta dal Signor Aurelio Busani, patron de « Il Cavalierino Organic Winery », un uomo di classe, venuto dal nord-Italia dapprima in vacanza e che si é poi stabilito a Montepulciano negli anni ’70.

Oltre alla cantina dove si producono Rosso e Vino Nobile, anche Riserva, la famiglia Busani produce olio di oliva ed altri prodotti bio, tutti succulenti. Io stessa, devo ammetterlo, che produco olio di oliva in Maremma sempre a base di Leccino, Moraiolo e Frantoio, non ho mai assaggiato un’olio cosi’ buono e la cosa mi ha fatto prudere le mani di gelosia….

Il Cavalierino, che propone anche soggiorni in agriturismo (svariati appartamenti seminati tra villa padronale e costruzioni agricole ristrutturate), gode di una posizione spettacolare, su una collina di Poggiano dalla quale la vista a 360° é mozzafiato a qualsiasi ora del giorno.

Bosco, ulivi, vigne, creano la visione rilassante del classico paesaggio toscano ed in mezzo a tanta pace si scopre un allevamento di suini di razza « Cinta Senese » dal manto nero cintato dalla riconoscibile banda di peli bianchi. Nel bosco si scoprono anche lepri e daini ed un altro allevamento, questa volta di vacca Chianina, la carne più rinomata.

Ma passiamo ora a parlare dei vini che possono essere coltivati secondo le regole dell’agricoltura biologica anche perché si trovano su un territorio molto ventilato che tiene lontane le malattie ed i parassiti.

Il vino da queste parti era già famoso dall’epoca degli Etruschi e poi dei Romani fino ad arrivare alla fama odierna della Denominazione del Nobile di Montepulciano.

 

Parliamo quindi di Sangiovese, vitigno che qui esprime al meglio la sua tipicità e qualità tramite prodotti quali il Rosso di Montepulciano, vivace e speziato, leggermente tannico o la più pregiata Riserva di Vino Nobile, dagli aromi molto più pronunciati e dal legno che gli dona sfumature di vaniglia, cannella, pepe, ma sempre con un frutto ben presente e quella vena di acidità che sono la firma dei buoni Sangiovese.

L’ospitalità di Aurelio é stata leggendaria, la cena divina, la stanza da piantarci una tenda e non muoversi più, i vini da salivare di golosità e bevibilità e, cigliegina sulla torta, aprendo la finestrella in mansarda la mattina dopo, il panorama che avevo davanti agli occhi mi ha avvolta, impregnata, intrisa di passione per questa regione d’Italia che fa’ battere il mio cuore più che mai !

www.cavalierinobio.it

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Storia di una barrique

Puo’ sembrarvi incredbile ma oggi compio 243 anni. Ancor più incredibile é il fatto che sia venduta come nuova . Chi sono ? Sono una barrique da 350 litri.

Sono stata fortunata perché sono stata adottata da una casa produttrice di Cognac, il che allunga considerevolmente la mia speranza di vita. A differenza delle mie sorelle che si riempiono la pancia di vino rosso, la 225 litri bordolese o la 228 borgognona, e che verranno utilizzate al massimo per 5 anni, io ho una bella carriera di almeno 40 anni che mi si prospetta davanti.

La mia prima vita da albero, piantato nel 1779, é finita a gennaio del 2012. Ero piantato in una parcella protetta dall’ufficio nazionale delle foreste che ci ha messo in vendita (insieme ad altre 44 quercie) l’ottobre scorso. I miei 14 metri di altezza senza difetti, i miei 60 centimetri di diametro, la mia trama, la mia qualità hanno interpellato l’acquirente bottaio di Cognac presso il quale mi trovo oggi.

Una notte di luna crescente, con un fracasso assordante, sono caduto a terra. Misurato (230m cubi per quanto mi riguarda), etichettato (tracciabilità), trasportato, durante tutto questo bailame ed aguzzando le orecchie ho scoperto che solo il 20% del mio volume potrà essere utilizzato dal bottaio ( 6 o 7 barrique ad albero) che, al metro cubo, il mio prezzo si aggira attorno ai 300€ ma, in funzione dei tagli sempre più centrali, puo’ passare da 800€ sino ai 4000€, sono un prodotto di lusso !

Una volta dal bottaio, il mio tronco é bagnato regolarmente per sei mesi per evitare gli attacchi degli insetti, dopo di che saro’ pronto per il primo taglio, in 4 pezzi, tutti rigorsamente effettuati seguendo il filo del legno. Come vi ho detto, 80% del mio legno verrà scartato, utilizzato per la stufa a legna del bottaio e in placche per i cartai della regione. I miei 4 pezzi di tronco dovranno ancora invecchiare, seccare in modo naturale per 3 anni almeno, riposando in un‘immenso parco dedicato al legno, all’aria aperta. A furia di essere slavato dalla pioggia, comincio a trasudare i miei sentori di vaniglia e mandorla tostata.

Eccomi infine tagliato in 12 doghette che costituiscono il mio aspetto finale. Assemblate, incurvate, cerchiate, siamo poste su uno dei numerosi forni a legna del bottaio. Posate su une cerchio che gira intorno ad un piccolo fuoco alimentato con legna da una vite senza fine, un coperchio a forma di campana si abbatte su di me. Col calore, reagisco e mi distendo. Il fuoco non ha alterato i miei aromi di vaniglia anche perché, essendo destinata all’invecchiamento del cognac, sono stata scaldata solo per 4 piccolissimi minuti. Brrr, mi raffreddano, la campana si alza e mi rotolano fino alle pressa che riaggiusta la cerchiatura.

Rifilata, mi aprono un ombelico chiamato cocchiume e mi sottopongono al test dell’impermeabilità durante il quale mi strapazzano da un lato all’altro con 20 litri d’acqua nella pancia.

Ho passato senza ingombri tuti i test ed i controlli, la mia cerchiatura é argentata e prima di essere imballata ho diritto ad un piccolo tatuaggio al laser che disegna gli stemmi del bottaio e quelli del mio nuovo padrone.

Una volta a Cognac so’ che l’alcool che mi metteranno nella pancia invecchierà e si colorerà. Ma dopo, cosa succederà ? Devo forse già pensare ad una riconversione ? Barrique decorativa in una sala di degustazione? No, preferisco essere smantellata e finire come legno da camino! Dopo 300 anni, sarebbe anche il caso….

 

Grazie a Sud Ouest le Mag, Jacky Sanudo, Tonnellerie Vicard.

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Weekend per #winelover al Wine Business Innovation Summit

Si é appena conclusa a Bruxelles la prima edizione del WBIS, il Wine Business Innovation Summit, una giornata passata insieme ad altri appassionati di vino provenienti da tutto il mondo tra degustazioni e conferenze che riassumerei cosi’ :

Wine without context is nothing !

Si é parlato di enoturismo, di blog e bloggers, di come si fa’ a creare una nuova brand di vino, della comunità winelover, si sono degustati vini italiani, francesi, portoghesi, tedeschi, ungheresi, canadesi, di tutto e di più. Dovrei passare i prossimi giorni a carcare di trascrivervi il vissuto, ma le cose dette sono troppe, i vini degustati idem…quello che invece posso fare é riassumervi i punti salienti delle presentazioni che più mi hanno segnata.

Prima fra tutte quella sulla comunità dei #winelover, une comunità « virtuale » nata circa un anno fa’ da un’idea di Luiz Alberto e André Ribeirinho, una pagina di discussioni su facebook che oggi conta più di 6000 membri che si aiutano : « aiutarsi » tra #winelovers é la parola chiave. Questa comunità permette connessioni, crea opportunità di fare businness e da’ visibilità ai suoi membri ed alle loro attività, che siate produttori, importatori, regioni, consorzi, distributori o semplici consumatori.

Un’esempio eclatante dell’aiuto che questa comunità puo’ darvi é proprio il WBIS. Marc Rosin, patron di Vinogusto (il sito che state leggendo) ed organizzatore, insieme a Faye Cardwell, di questa prima edizione, ha chiesto aiuto alla comunità dopo aver avuto l’idea del concept della giornata. Senza sapere ancora ne dove, ne come, il solo fatto di aver pubblicato l’evento sulla pagina dei #winelovers ha generato 100 iscrizioni immediate. La cosa dunque interessava…da li’ l’organizzazione si é messa in moto, si é trovato il luogo, si é stabilita la data e si é fatto ben di più per rendere ancor più partecipi i navigatori : gli si é chiesto chiaramente di cosa si dovesse parlare, in pratica si sono chiesti i soggetti delle conferenze alle quali ho poi assistito sabato…una lista si é compilata quasi automaticamente e poi, semplicemente facendo votare gli iscritti, si sono presi quelli più votati e stabilite le varie conferenze. Ma chi le ha animate ? Anche qui i conferenzieri sono volontari : wanna help ? sei il benvenuto ! Ed ancora una volta gli intepreti sono stati trovati nel bacino della comunità, gente del mestiere che semplicemente aveva voglia di condividere la propria esperienza.

Il prossimo 14 febbraio, giorno di San Valentino, la comunità #winelover compierà un anno e per festeggiare questo primo compleanno, la comunità o tribù, si ritroverà in Umbria per una settimana di scambi, degustazioni, visite, giochi e conferenze. Ma perché proprio in Umbria ? Servito su un piatto d’argento eccovi il secondo esempio di cosa questa comunità puo’ generare : al Vinitaly 2012 la regione Umbria ha avuto voglia di toccare una popolazione di amatori più giovani ed ha messo a disposizione dei #winelover un’enorme spazio del proprio stand (vi parlo di più di 100m² !) che lo hanno animato durante tutta la durata della fiera, con degustazioni animate da Master of Wine, con video connessioni sul web ed interviste, un modo per creare passaggio, comunicazione, interesse sia sullo stand che online, un vero successo che ci fa’ dire Umbria is for #winelovers !

La comunità, a margine di questi grandi avvenimenti, organizza anche dei #winelover hangout nelle città in cui si trovano per un salone o altro, una cena dove ogni invitato si paga la propria parte e si porta dietro una bottiglia da condividere con tutti gli altri (BYOB, bring your own bottle)… ed é proprio durante questi ritrovi che si fanno gli incontri più interessanti : un produttore puo’ trovare un nuovo importatore, il rappresentante di una regione puo’ farsi aiutare ad organizzare un bloggers trip che darà visibilità alle cantine che rappresenta, un amatore degusterà vini ai quali non ha accesso giornalmente, insomma tutte le connessioni possibili ed immaginabili s’intrecciano fra loro creando amicizie e collaborazioni, il tutto in un’atmosfera rilassata ed informale. Attenzione pero’, il gruppo é si libero d’accesso, ma il parteciparvi richiede un minimo d’educazione ed implicazione. Intendiamoci, se pubblicate sulla pagina FB « ehi, comprate questo vino ! (il vostro magari…) » non condividerete nulla con la comunità, solo un’offerta commerciale che non é poi cosi’ ben vista, l’idea di base é quella di discutere e scoprire piuttosto che di confermare o obbligare… detto cio’, gli amministratori del gruppo saranno più che felici di accogliervi, mi raccomando « in lingua inglese » per poter condividere le proprie esperienze con il maggior numero di membri !

Un’altro degli argomenti affrontati che mi hanno appassionata é stato quello dell’enoturismo, conferenza di Stefano Soglia aiutato da Elena Zeni (Zeni Winery) Presidentessa della strada del vino Bardolino.

Qualche cifra :

20 milioni di enoturisti negli USA, seguiti da 12 milioni in Francia, 6 in Australia e 5 in Italia. In Italia, senza grandi sorprese, é la Toscana la destinazione al primo posto (44%), seguita dal Piemonte (20%), 12.5% Veneto, 9.2% Umbria e 7.3% Puglia.

Le più belle riuscite sono quelle delle cantine che hanno saputo creare un sistema di offerte che non comprendesse solo il vino, ma un mix di prodotti, di attrazioni, di servizi e di accessibilità. L’esempio della cantina Zeni che ha addirittura creato un logo (Lora Zeni group hospitality) ed un team a parte per l’attività enoturistica é stato applauditissimo!

Ancora un po’ di pazienza e scoprirete la conferenza di Ryan Opaz e Simon Woolf su come organizzare per benino un wine bloggers trip : http://fr.slideshare.net/ryanopaz/roi-of-blogger-press-trips-and-how-to-do-it-right

  1. Prevedere più informazioni possibili pre-trip magari con un sito dedicato poiché i bloggers che invitate vengono sopratutto per scoprire cose che non conoscono ancora.
  2. Cercare di creare un’atmosfera informale senza cene di gala o riunioni assordanti, concentrarsi sul vino e sulla scelta dei bloggers in maniera tale da creare un bel gruppo variegato che vivrà con passione ed interesse le « esperienze » che gli proporrete. Il gruppo deve essere composto da influenzatori, esploratori, gente che la pense diversamente da voi ma anche da avvocati della difesa, gente che ama vivere e raccontare, non per forza i bloggers più conosciuti o seguiti, ma gente con diversi interessi, chi il vino, chi la gastronomia, chi i viaggi, chi il turismo…
  3. Educateli in anticipo, informandoli, pianificando bene gli spostamenti, prevendedo tempo libero sufficiente perché possano scrivere (quindi prevedere connessioni wifi, scegliere un hashtag perché possano twittare, creare una pagina FB speciale “viaggio” includendovi i partecipanti che siano i bloggers o le cantine che andranno a visitare…), cercate di conoscere il loro modo di comunicare, il loro stile e quindi loro stessi, i loro interessi, create una comunità prima che il viaggio incominci.
  4. Durante il viaggio siate flessibili cercando comunque di mantenere il programma. Date il potere ad una persona che verrà sicuramente considerata come antipatica affinché faccia da cane di guardia e richiami all’ordine i ritardatari e poi massimizzate i canali sociali, anche voi scrivete, pubblicate, twittate prevendedo dei post automatici per animare il viaggio e le discussioni.
  5. Sopratutto archiviate ! Fate tutte le ricerche possibili per captare le pubblicazioni riguardanti questo viaggio tramite Google Reader, con Eventifier mettete tutto assieme, aggregate i contenuti, le persone, partite a caccia di articoli e date un seguito al viaggio, creando una pagina speciale contenente tutti gli articoli e proponete un premio per il miglior contenuto per motivare i bloggers a scrivere.

E ricordatevi sopratutto di non commettere questi errori :

  1. Nessuna diversità nel gruppo
  2. Nessuna flessibilità
  3. Nessun pre-planning o post-trip
  4. Troppo turismo e non abbastanza “vino”
  5. Programma troppo intenso, non abbastanza tempo per scrivere
  6. Nessuna varietà nelle degustazioni (proporre differenze tra una visita e l’altra)

Ecco come riuscirete il vostro trip ed ecco come la prima edizione del WBIS si é conclusa magnificamente seguendo punto per punto tutti questi consigli !

Un ringraziamento speciale va’ ai vari sponsors che si sono dimenati per rendere davvero speciale il #WBIS:

Brussels Airlines che ha proposto tariffe scontate ai partecipanti per volare fino in Belgio

Acqua Panna che ci ha permesso di diluire tutti i vini degustati ed idradarci con un po’ di Toscana

I vini alsaziani di Hugel , italiani di Sfriso , azienda che ha fornito una gamma dei loro vini premiati per i momenti di degustazione, il Grenache Symposium che ha fornito i vini per il pranzo, ma anche Bordeaux e Bordeaux Superieur, Jaillance… ed ovviamente Vinogusto !

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Cadillac, non la macchina americana ma le vigne, il patrimonio e l’art de vivre

Dalle porte di Bordeaux fino a quelle di Langon, la regione di Cadillac svela un patrimonio eccezionale di chiese romaniche, castelli storici e sontuose dimore strettamente legate ai ricordi di celebri scrittori ed artisti. Una terra da scoprire seguento le strade serpentine che sposano a meraviglia la freschezza delle valli ed il calore luminoso delle terrazze sulle quali le vigne si colorano al sole.

Senza possedere il prestigio dei grandi cru vicini, i vini che sono prodotti in zona, non demeritano al confronto e sono molto più accessibili. Tutto qui é più accessibile, le cantine degli châteaux che sanno svelarvi pepite poco conosciute a prezzi modici e che vi accolgono con entusiasmo anche se non avete preso appuntamento…

Un esempio fra tutti : il Museo della Vigna e del Vino di Cadillac, vincitore dell’edizione 2013 dei Best of Wine Tourism, concorso internazionale organizzato dalla Rete delle Capitali Mondiali del Vino che premia, in diverse categorie le strutture enoturistiche più meritevoli.

Link qui : http://www.cadillaccotesdebordeaux.com/accueil/

L’entrata é gratuita, la degustazione dei vini é gratuita e sono gli stessi viticoltori che vi accoglieranno se passate di li’ nel week end. Grazie a loro scoprirete i vini delle denominazioni : Cadillac Côtes de Bordeaux Rosso, Premières Côtes de Bordeaux Bianco, coltivati sulla riva destra della Garonna su una striscia di terra lunga 60 km e spessa solo 5 e Cadillac Bianco dolce, una denominazione creata nel 1973 e dedicata alla produzione di grandi vini liquorosi.

Ma il vino rosso predomina in quantità, eccovi dunque 3 esempi di vini rossi prodotti in zona :

Château Dudon – Cuvée Jean-Baptiste Dudon 2008
Un vino bello pieno, fruttato, morbido anche se si sente il tempo passato in barrique.

Château Suau 2009
Un vino goloso, fruttato, ampio in bocca, un vino che seduce sia per il frutto che per le note tostate, ma anche per la tessitura della materia stessa ed un finale morbido ed elegante.

 

Château Reynon 2010
Il castello é un bellissimo esempio di architettura neoclassica, un blend classico di vitigni di Bordeaux dove pero’ il Merlot prevale (quasi il 90% del blend) che ci regala un vino dal colore scuro, quasi nero e dal bouquet aromatico di mirtillo, vaniglia ed uva. In bocca é speziato, rotondo, potente e la frutta vi si esprime fino alla fine, insieme ai tannini setosi e vellutati. Questo « château » é di proprietà di un grande enologo bordolese mondialemente riconosciuto Denis Dubourdieu.

Musei, villaggi e borghi storici, passaggiate a cavallo, in bici, castelli, abazzie, chiese antiche, vini, prodotti gastronomici tipici, accoglienza, eventi, vignaioli, degustazioni…vi bastano tutte queste parole chiave per farvi venire l’acquolina in bocca?

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